La salute prima di tutto…ma attenti alla desertificazione industriale

3 aprile 2020 News

L’editoriale di Antonio Gozzi, pubblicato su PiazzaLevante.it

Accanto all’emergenza sanitaria ve ne è una, non meno grave, economica.

Moltissimi commentatori, a proposito di quest’ultima, sottolineano come fin da ora si debba pensare al dopo con programmi e misure che favoriscano l’uscita dalla crisi e la ricostruzione. C’è però un’emergenza immediata, rappresentata dagli effetti sulle imprese causati dal blocco dell’attività e dal conseguente strangolamento finanziario. È il tema che, con grande lucidità, Mario Draghi ha posto con il suo recente articolo sul ‘Financial Times’.

È difficile immaginare che un paese come l’Italia, e come qualunque altro paese industrializzato, possa sostenere un lockdown troppo lungo. Prolungare per troppo tempo la chiusura totale rischia di essere pericolosissimo, e la desertificazione industriale, conseguenza delle misure adottate, è un rischio che l’Italia non può permettersi.

Con il passare del tempo i costi, anche sociali, di una popolazione che non lavora saranno più minacciosi del rischio di un maggior contagio. È questo il punto delicato che si fa fatica a far comprendere. Oggi, e forse ciò è inevitabile e comprensibile, l’attenzione è sulla salute. Chi governa l’Italia segue l’approccio rigoroso e duro di scienziati ed epidemiologi che antepongono a ogni cosa il contenimento del contagio. L’emergenza economica di cui tutti parlano e la gravissima sofferenza delle imprese in realtà sembrano, dal punto di vista pratico, passare in secondo piano. Eppure anche le imprese, come le persone, sono organismi delicati basati su equilibri spesso fragili e sono sistematicamente in lotta per la sopravvivenza.

La non adeguata considerazione di questa gravissima sofferenza delle imprese costrette a una lunga fermata (si parla di rimanere chiusi almeno fino alla seconda metà di aprile) è forse anche la conseguenza di un’ideologia anti-impresa e anti-industria largamente diffusa nel nostro paese. Un rifiuto intellettuale dell’industria e della sua legittimazione sociale e del progresso in generale che impedisce di avere una visione equilibrata delle cose e che nelle sue manifestazioni estreme raggiunge livelli paradossali. Questi atteggiamenti alimentano gli estremismi di chi ha accusato gli imprenditori di essere dei vampiri volti a fare profitto con il sangue degli operai.

In realtà la stragrande maggioranza delle imprese industriali sulla base del protocollo di intesa tra Confindustria Organizzazioni Sindacali si è data regole, presidi, protezioni, distanziamenti, revisioni dei processi produttivi e organizzativi che rendono le fabbriche luoghi più sicuri delle code di attesa per fare la spesa ai supermercati. In base a questa considerazione è sbagliato continuare a ragionare in termini di attività essenziali e di attività non essenziali. Ai fini della riapertura delle fabbriche, da farsi il più presto possibile, bisogna piuttosto ragionare sul livello di protezione assicurata ai lavoratori e su una differenziazione delle regole per aree territoriali.

Con riferimento alle imprese industriali e alla loro attività è interessante esaminare cosa sta succedendo nel resto d’Europa e fare il paragone con l’Italia. Se si analizzano le varie situazioni emergono rispetto al nostro paese due fondamentali differenze: la prima riguarda la chiusura delle attività e in particolare quelle industriali; la seconda riguarda la tempestività nell’adozione di misure atte a dare liquidità all’economia.

Soffermiamoci sulla prima questione: la chiusura delle attività, specie industriali.

Nessun paese europeo, nonostante il dilagare dell’epidemia, ha fermato i sistemi industriali in maniera generalizzata come è avvenuto in Italia. Informazioni attinte presso le organizzazioni confindustriali delle diverse nazioni e soprattutto l’analisi, paese per paese, dei consumi elettrici che, come è noto, sono dei perfetti indicatori dell’attività industriale, confermano pienamente questo dato.

In particolare è impressionante notare la differenza tra il calo dei consumi elettrici italiani nell’ultima settimana, calo che oscilla tra il -20% e il -25%, e quello registrato in Germania, che oscilla tra il -2% e il -5%. In altre parole, il lockdown tedesco è più annunciato che reale e, nonostante la fermata della Volkswagen, dovuta alla profonda crisi dell’auto e non al Covid-19, il resto dell’apparato industriale germanico continua a funzionare.

Tutto ciò è gravido di conseguenze per l’industria italiana. Se la situazione dovesse proseguire così, con le fabbriche tedesche aperte e le fabbriche italiane chiuse, potrebbero saltare completamente le catene della subfornitura, soprattutto nel comparto meccanico, tra Italia e Germania. Infatti l’industria tedesca potrebbe rivolgersi a sub-fornitori polacchi, cechi o slovacchi, con un drammatico e strutturale cambiamento nelle reti degli approvvigionamenti e nelle relazioni tra filiere produttive. In altri termini, una delle eccellenze dell’industria italiana, la meccanica e la meccatronica, rischia di perdere drammaticamente quote di mercato a favore di altri competitori europei, con le conseguenze immaginabili sulla nostra bilancia commerciale.

L’analisi della situazione anche in altri settori conferma questo quadro. Ad esempio tutti i siderurgici europei stanno lavorando (ArcelorMittal ha solo chiuso alcuni suoi stabilimenti legati all’auto) e, in alcuni paesi come la Spagna, il settore elettrosiderurgico viene considerato d’importanza strategica nazionale perché fornisce il servizio di interrompibilità e protegge il paese dal rischio di blackout elettrico, che in questa situazione sarebbe ancora più terrificante del solito.

La seconda grande differenza tra Italia e resto d’Europa riguarda la dimensione e la tempestività dell’adozione di misure per dare liquidità alle imprese. Tre casi su tutti: FranciaGermania e Svizzera.

La Francia ha già adottato una misura generalizzata che consente prestiti-ponte pari a una cifra equivalente a 2-3 mesi di fatturato con garanzia dello Stato al 100%. Il tasso di interesse è pari a zero e il costo della garanzia dello Stato pari al 0,5% annuo. La durata dei prestiti-ponte è fissata in un anno; se l’impresa non è in grado di rimborsare entro l’anno può prolungare il prestito fino a farlo diventare quinquennale ma con altri tassi di interesse. Durante la vigenza del prestito ponte non si possono distribuire dividendi né rimborsare prestiti effettuati precedentemente dagli azionisti (lo Stato, ovviamente, ha la precedenza sugli azionisti).

La Germania, anche se il suo sistema industriale marcia ancora, ha adottato una misura di oltre 550 miliardi di euro per le sue imprese di cui 400 sono movimentati con garanzie dello Stato e quindi attivano prestiti-ponte che funzionano, più o meno, sullo schema visto per la Francia.

In Svizzera, già dalla settimana scorsa, funziona una misura grazie alla quale le imprese possono mutuare fino a 20 milioni di franchi svizzeri con una garanzia dello Stato pari all’85% del prestito. Anche in questo caso i nuovi fondi possono essere esclusivamente utilizzati per superare la fase di emergenza e non per rimborsare altri prestiti, versare dividendi o rimborsare finanziamenti ai soci.

Ci si augura che il governo italiano attui al più presto misure di efficacia pari a quelle varate dai principali governi europei.



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